Viviamo come se non dovessimo morire mai

By | Settembre 8, 2026

Sappiamo tutti che moriremo. È probabilmente una delle poche certezze assolute che condividiamo e, allo stesso tempo, una delle verità che riusciamo più facilmente a tenere fuori dal campo della nostra esperienza quotidiana.

Sappiamo bene razionalmente che il tempo passa, magari vediamo anche invecchiare il nostro corpo e quello delle persone che amiamo, incontriamo la malattia, la perdita, la morte degli altri. Eppure tutto questo spesso rischia di rimanere come una conoscenza sullo sfondo: qualcosa che sappiamo, ma che non lasciamo entrare fino in fondo nel modo in cui viviamo.

Sembra quasi una contraddizione, vero?

Se osserviamo la nostra vita concreta, spesso ci comportiamo come se avessimo davanti una quantità quasi indefinita di tempo. Rimandiamo decisioni, conversazioni, cambiamenti che sappiamo importanti. Restiamo dentro situazioni che non ci corrispondono più, talvolta per anni. Continuiamo a investire energie in relazioni, lavori, abitudini o compromessi che sentiamo impoverirci, consolandoci con l’idea che più avanti, quando saremo pronti, quando ci saranno le condizioni giuste, quando avremo meno paura, faremo qualcosa di diverso, faremo davvero quello che abbiamo tanto atteso e desiderato.

Il fatto è che questa possibilità di rimandare continuamente dipende da un presupposto implicito: che ci sarà ancora tempo.

Ed è un presupposto molto rassicurante, proprio perché ci permette di evitare il peso delle scelte nel presente, ci permette di evitare la paura di agire davvero, di prenderci le nostre responsabilità più profonde per la nostra vita.

Se avessimo davvero un tempo infinito, molte decisioni potrebbero aspettare senza conseguenze. Potremmo permetterci di passare dieci anni in una situazione che non desideriamo, sapendo di averne comunque centinaia davanti. Potremmo rinviare all’infinito un cambiamento, un progetto, una separazione o la possibilità di impegnarci più profondamente con una persona amata, insomma, una forma diversa di vita.

Ma il tempo non è infinito, ed è proprio questa finitudine a dare un peso particolare alle nostre scelte.

Ogni scelta implica infatti una rinuncia. È l’unica certezza di cosa esperiremo di fronte a una scelta: una perdita. Ogni direzione presa, infatti, ne esclude, almeno temporaneamente, altre possibili. Ogni anno trascorso in un certo modo non può essere vissuto di nuovo diversamente. Da questo punto di vista, la morte non è soltanto qualcosa che accadrà alla fine della vita: è ciò che rende il tempo limitato già adesso. Ogni nostro istante nasce e muore e non è ripetibile e, proprio questo, rende rilevante la necessità di scegliere come spenderlo, se vogliamo vivere pienamente e in linea con ciò che ci anima dentro.

Forse è anche per questo che la morte ci mette così tanto a disagio.

Non soltanto perché ci confronta con la paura della fine, con la separazione o con l’ignoto, ma perché riduce drasticamente lo spazio delle illusioni che utilizziamo per proteggerci. Ci ricorda che non possiamo tenere aperte tutte le possibilità per sempre, che non possiamo evitare indefinitamente ogni perdita e che, prima o poi, siamo chiamati a decidere che cosa merita davvero il nostro tempo.

È in questo senso che, come ho scritto più volte in questi giorni, il tema della morte porta inevitabilmente dentro il tema della vita.

Quando pensiamo alla paura della morte, siamo spesso portati a domandarci come gestirla o come sentirci più tranquilli rispetto all’idea di morire. Sono domande comprensibili e, in alcuni momenti, anche necessarie, lo capisco e conosco bene queste intenzioni. Ma esiste un’altra possibilità: invece di considerare quella paura soltanto come qualcosa di cui liberarci, possiamo chiederci che cosa mette in luce, cosa vuole dirci quella parte di noi così spaventata o angosciata della morte.

Che cosa diventa improvvisamente importante quando prendiamo sul serio il fatto che il nostro tempo è limitato? Quali parti della nostra vita acquistano valore e quali, al contrario, iniziano ad apparire meno necessarie? Quali scelte continuiamo a rimandare? Quali relazioni stiamo vivendo davvero e quali stiamo semplicemente mantenendo? Quanto di ciò che facciamo ogni giorno risponde a qualcosa che sentiamo profondamente nostro e quanto, invece, deriva dall’abitudine, dal timore delle conseguenze di agire diversamente o dalle aspettative degli altri, della famiglia, della società o di ciò che crediamo quest’ultima ritenga avere valore ed essere apprezzabile?

Sono domande che difficilmente producono risposte definitive, ma il non rinunciare a porsele può rendere più difficile il continuare a vivere come fosse con il pilota automatico, aspettando che un giorno cambi qualcosa, continuando però ogni giorno a fare le stesse scelte e adottando gli stessi comportamenti.

La nostra cultura, lo so, tende ad allontanare dall’esperienza quotidiana il contatto con la morte e a trasformarla in qualcosa che riguarda per lo più altri luoghi lontani, altri momenti, altre persone. Parallelamente, viviamo in un’epoca e un luogo del mondo che enfatizza il benessere, l’efficienza, la capacità di funzionare, di migliorarsi, di stare bene.

Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare di stare meglio. Il problema nasce quando il benessere a tutti i costi e l’evitamento di ogni forma di dolore o emozione difficile diventano l’unico criterio attraverso cui valutiamo ciò che ci accade e ciò che è degno di un valore e, di conseguenza, tutto ciò che produce dolore, limite, perdita o impotenza viene vissuto principalmente come qualcosa da rimuovere o correggere.

Una parte importante del lavoro psicologico, invece, riguarda anche la possibilità di aumentare la nostra capacità di stare in contatto con aspetti della realtà che non possiamo modificare a nostro piacimento, con aspetti e situazioni su cui non abbiamo alcun potere e controllo e tra questi, la verità della nostra morte terrena, credo ne sia il simbolo per eccellenza. Infatti, non possiamo eliminarla, negoziarla o trasformarla in qualcosa di completamente controllabile o in qualcosa di gioioso, di allegro. Possiamo però osservare che cosa accade dentro di noi quando smettiamo, almeno per un momento, di tentare di tenerla a distanza, di rifiutarla e ci apriamo a lei, a guardare cosa ha da mostrarci e cosa possiamo apprendere da lei, come fosse una maestra saggia.

Questo passaggio è importante perché esiste una grande differenza tra ragionare su qualcosa e farne un’esperienza diretta, anche fosse sul piano immaginale o simbolico.

Possiamo conoscere perfettamente l’idea secondo cui la consapevolezza della morte aiuta a vivere in modo più pieno. Possiamo leggerla in un libro, ascoltarla durante una conferenza, trovarla convincente sul piano intellettuale e persino ripeterla agli altri. Tutto questo, però, non significa necessariamente che quelle riflessioni modifichino davvero il nostro modo di vivere.

Alcune comprensioni diventano realmente significative soltanto quando coinvolgono l’esperienza, attraverso le emozioni che ne sperimentiamo.

Quando non rimangono soltanto pensieri, ma iniziano a toccare il corpo, le emozioni, le paure, divengono comprensioni incarnate e divengono integrate nella nostra carne, nelle nostre relazioni, nelle immagini che abbiamo di noi stessi, del mondo e del tempo che ci troviamo concesso, come fosse un dono, in ogni nuovo istante.

Quest’ultimo è uno dei motivi per cui considero importante il lavoro esperienziale in psicoterapia e nei gruppi: non perché la comprensione razionale sia inutile, ma perché a volte possiamo capire molto bene il funzionamento di una nostra dinamica e continuare comunque a ripeterla. In altri momenti, invece, un’esperienza sufficientemente viva ci mette davanti a qualcosa che diventa più difficile ignorare.

La morte, da questo punto di vista, può diventare una sorta di lente speciale.

Non sarà la morte a insegnarci automaticamente che cosa fare, né esiste un modo corretto di vivere una volta acquisita una maggiore consapevolezza del limite. Starà a noi apprendere e, il contatto con la morte, ci offre l’opportunità di percepire, di cogliere, una eventuale distanza tra la vita che stiamo vivendo e quella che, almeno in parte, sentiamo come nostra o di voler coraggiosamente tentare di vivere.

Questo credo sia uno degli aspetti più interessanti del confrontarsi con la propria finitudine: non ottenere una risposta definitiva alla domanda su come o cosa vivere, ma rendere quella domanda molto più difficile da evitare, darle un valore nella nostra vita, così che possa guidarci e orientarci ogni volta che ne sentiamo il bisogno, o che ci sentiamo un po’ persi.

Il 26 e 27 settembre, a Recanati, dedicheremo un workshop di due giorni proprio a questo tema, attraverso diverse meditazioni e lavori esperienziali, di gruppo e individuali.

Se senti che questo lavoro, nonostante l’intensità che può portare con sé, ha un valore per te in questo periodo della tua vita, puoi trovare maggiori informazioni sul workshop e il modulo di iscrizione alla seguente pagina: https://workshop-morte-2026.grwebsite.it/

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