Quando le risposte giuste ti tengono bloccato nel posto sbagliato.
L’Intelligenza Artificiale (AI, cioè chatGPT e altre) è straordinaria nel darti risposte. Risposte precise, articolate, personalizzate. Se le chiedi come risolvere un problema, ti offre strategie. Se le chiedi come migliorare qualcosa, ti suggerisce ottimizzazioni. Se le chiedi come ottenere ciò che vuoi, ti fornisce sempre degli spunti eleganti e raffinati.
Ma c’è un problema.
L’AI risponde alla domanda che fai,
non alla domanda che dovresti farti.
E se la domanda parte dal binario sbagliato, ogni risposta – per quanto intelligente possa essere – ti porterà sempre più lontano da dove avresti bisogno di arrivare.
Il binario sbagliato
Immagina qualcuno che soffre perché nelle sue relazioni usa principalmente forza e controllo. Quando l’altro si allontana, si sente ferito, rifiutato. La sua sofferenza è reale, intensa. E allora cerca risposte. Allora chiede all’AI: “Come posso far capire all’altro <questa cosa> che per me è importante?” oppure “Come posso essere più convincente?”, o ancora “Come posso gestire meglio le situazioni di conflitto per ottenere ciò che voglio?”
L’AI risponderà. E lo farà bene. Ti darà strategie di comunicazione più efficaci, tecniche per essere più persuasivo, modi per presentare meglio le tue ragioni. Ti aiuterà a diventare un manipolatore più raffinato, un controllore più sofisticato. In sostanza, ti darà gli strumenti per diventare più efficace… nel fare esattamente ciò che crea il problema.
Il problema vero potrebbe essere che stai chiedendo come andare più veloce su un binario che non ti porterà mai dove vuoi arrivare.
Se vuoi essere amato, apprezzato, se vuoi che l’altro si senta bene con te e non in pericolo, il binario non è quello del controllo perfezionato. È quello dell’ascolto, della reciprocità, della cura dell’altro e non solo dei tuoi bisogni.
Ma per vedere questo, per accorgerti che stai sul binario sbagliato, a volte è necessario qualcuno che guardi dall’esterno. Qualcuno che non si limiti a rispondere alla tua domanda, ma che sia in grado di metterla in discussione, correndo il rischio perfino di deluderti non rispondendo alla tua domanda.
La solitudine perfezionata
C’è anche un altro motivo per cui l’AI può diventare molto pericoloso: rafforza l’illusione di poter fare tutto da soli in chi già tende nevroticamente a farlo, pur di evitare il contatto e l’apertura autentica con l’altro. Anzi, spesso proprio chi ha questa tendenza è chi ricorre maggiormente all’AI pur di evitare quello che un lavoro terapeutico comporta: l’incontro con l’altro. Infatti, proprio per chi vive con molta paura, vergogna o imbarazzo l’idea di andare in terapia e coinvolgersi in una relazione autentica con l’altro, l’AI può apparire illusoriamente un valido sostituto. Ma proprio chi vorrebbe tanto evitare questo, sarebbe in realtà chi ne avrebbe più bisogno e chi potrebbe essere maggiormente danneggiato proprio dal ricorrere all’AI.
So bene che, per chi ha difficoltà relazionali, per chi ha vissuto fin da piccolo esperienze ripetute in cui chiedere aiuto è stato frustrante o perfino pericoloso, per chi fidarsi dell’altro ha portato solo delusioni, può essersi sviluppata la credenza che nella vita è meglio arrangiarsi da soli. Per questo l’AI può sembrare la soluzione “perfetta”.
Niente giudizio, niente sguardo che mette a disagio, niente bisogno di esporsi davvero. Niente attesa, niente frustrazione e paura di dipendere da qualcuno.
Così la nevrosi del “faccio tutto da solo” non solo viene confermata, ma viene perfezionata. Diventa più efficiente, più raffinata, più invisibile e più cristallizzata.

La persona migliora nelle strategie di isolamento, diventa più brava a gestire tutto in autonomia, più capace di evitare il contatto profondo con gli altri. E questo, paradossalmente, la allontana ancora di più da ciò di cui avrebbe davvero bisogno: l’esperienza di potersi fidare, di essere visti, di non dover fare tutto da soli.
L’AI finisce così di fatto per darti soluzioni su come ottimizzare la tua solitudine, ma non si porrebbe neanche il problema di esplorare se stai soffrendo proprio perché sei solo.
Quando la risposta giusta può essere la cosa sbagliata
Quello che rende l’AI così efficace è anche ciò che la rende limitata: risponde perfettamente alla domanda che le poni, senza avere mezzi affidabili per chiedersi se quella sia davvero la domanda giusta.
L’AI infatti non può guardarti, respirare l’atmosfera che si crea nella relazione quando affronti determinati temi, cogliere le eventuali distonie tra ciò che dici e ciò che esprimi, né molti altri aspetti relazionali. Per questo non potrà mai avere i mezzi che un essere umano può avere per far emergere quali siano, per te, le domande più profonde e terapeutiche. Senza considerare che, in terapia, domande e risposte non sono neanche l’elemento più importante.
Perché la domanda utile non è “come posso convincere meglio l’altro?” o “come posso fargli capire meglio le mie ragioni?”, ma domande ben più importanti potrebbero essere: “Perché ho così bisogno di avere ragione? Cosa succederebbe se l’altro avesse ragione? Cosa c’è di così spaventoso nel cedere, nell’ascoltare davvero, nel lasciare spazio all’altro?“
Ma queste domande non possono nascere da un algoritmo. Nascono da un incontro reale. Da qualcuno che ti guarda e vede non solo ciò che dici, ma anche come lo dici e ciò che non dici. Che nota quando ti contrai, quando e come eviti, dove ti irrigidisci, ma anche cosa ti fa alleggerire, cosa ti distende, cosa ti fa respirare a pieni polmoni e di fronte a cosa magari ti “paralizzi”, ti blocchi.
Cosa fa la differenza nella terapia
In terapia, quando una persona porta un problema, il terapeuta non si limita a rispondere alla domanda posta e a volte non è neanche detto che sia bene che lo faccia.

Ascolta la domanda. La accoglie. Ma poi guarda anche al binario su cui quella domanda si muove. Così, potrebbe dire: “Capisco che questa sia la tua domanda. Ma ascoltandoti e tenendo conto della situazione che stai vivendo, a me risuona forte un’altra domanda”.
Oppure: “Noto che continui a cercare modi per controllare meglio. Mi chiedo se per te è difficile tollerare situazioni in cui non ti senti in pieno controllo”.
A volte, la cosa più preziosa che può fare è mostrare il circolo vizioso. Oppure semplicemente restare lì, presente, mentre tu cerchi risposte, e permettere che emerga il dolore più profondo: la paura di non essere amato se non hai il controllo, la paura del vuoto che potresti incontrare, il terrore di essere vulnerabile o la convinzione antica che non puoi mai fidarti.
L’AI ti dà le risposte che chiedi.
La terapia ti aiuta a scoprire le domande che non sapevi di doverti fare.
Il rischio invisibile
Come a questo punto immagino potrebbe esserti più chiaro, il rischio più grande di affidarsi solamente all’AI per stare meglio, non è quello che ti dia risposte sbagliate. È che dia risposte perfette alle domande sbagliate.
E nel farlo, ti rassicuri. Ti senti capito. Ti senti supportato nel percorso che stai facendo.
Ma quel percorso potrebbe essere esattamente ciò che ti tiene bloccato, ciò che ti allontana da un benessere più profondo.
Potresti infatti diventare sempre più bravo a manipolare, sempre più efficiente nel controllare, sempre più sofisticato nell’evitare il contatto profondo con l’altro. E l’AI ti aiuterà a farlo sempre meglio.
E se la tua sofferenza originasse proprio da questa mancanza? La sofferenza resterà. Perché – in questi casi – “grazie” all’AI, non starai davvero risolvendo il problema. Stai solo perfezionando il modo in cui lo crei.
L’incontro che interrompe il circolo vizioso
C’è una differenza fondamentale tra chiedere aiuto a un’AI e chiedere aiuto a un terapeuta.
L’AI lavora dentro il tuo sistema di riferimento, dentro i tuoi schemi. Ti aiuta a ottimizzare ciò che già fai, a migliorare le strategie che già usi, a diventare più efficace nel percorso che stai già seguendo.
La terapia lavora su un piano più ampio e profondo. Non mira a migliorare il tuo modo di controllare, ma ad esempio può aiutarti a renderti conto che stai controllando e a sviluppare la flessibilità e capacità di scegliere se e quando farlo, con la consapevolezza di cosa puoi ottenere e quali rischi corri. Non ti rende necessariamente più bravo a manipolare, ma ti rende più solido nella possibilità di non ricorrere a tali modalità, soprattutto nelle situazioni in cui il ricorrerci aumenterebbe la tua sofferenza. Non perfeziona la tua solitudine, ma ti accompagna nell’incontro con l’altro.
E questo accade perché in terapia non sei solo con le tue domande. C’è un altro essere umano, con il suo sguardo, la sua presenza, il suo sentire e le sue competenze.
Quando manipoli, il terapeuta lo può sentire. Quando controlli, può accorgersene. Quando eviti il contatto, ne è consapevole.
E proprio perché è lì, presente, coinvolto, può mostrarti ciò che da solo potresti non vedere e neanche pensare. Può dirti: “Quello che sta succedendo qui, ora, tra me e te, è qualcosa che ti accade anche fuori?”
A volte potrebbe anche restare fermo quando tu vorresti che si muovesse secondo il tuo copione, i tuoi schemi. Potrebbe non confermarti quando tu cerchi conferma. Potrebbe offrirti una relazione diversa da quelle che hai sempre costruito.
E in quello spazio – a volte anche scomodo, frustrante o imprevedibile – può accadere qualcosa che l’AI non potrà mai offrirti: l’esperienza di un binario diverso.
La terapia non ti perfeziona nei tuoi schemi di sofferenza, consolidandoli e rafforzandoli. Ti aiuta a non ripeterli automaticamente e ad aprirti a modi diversi di stare con te stesso e con l’altro. Per questo è trasformativa.
La terapia offre qualcosa che l’AI non potrà mai darti: un incontro reale, con un altro essere umano, che non si limita a confermare il tuo percorso ma è disposto ad accompagnarti oltre.
Serve qualcuno che sappia dire: “Capisco che tu voglia andare più veloce su questo binario. Ma forse è il momento di scendere e cercarne un altro. Insieme. E io ti accompagno nell’ignoto, restandoti affianco nelle paure e nelle incertezze che incontreremo, con il mio sguardo e le competenze che affiancheranno le tue”.
La terapia è l’esperienza di qualcuno che resti lì con te, anche quando è difficile, anche quando resisti, anche quando vorresti tornare al vecchio binario perché almeno quello lo conosci, anche se ti fa soffrire.
Per questo si potrebbe dire che, a volte, l’AI perfeziona la tua prigione, e la terapia ti aiuta a uscirne.
E, a volte, la differenza nasce da una domanda che non avresti mai pensato di farti né di chiedere all’AI.
Terapia Individuale per adulti
Terapia di Gruppo, online e in presenza
Contatti
Ilari Michele
Email: info@micheleilaripsicologo.com