
Empatia e compassione non sono la stessa cosa.
Per dirlo in parole semplici, l’empatia è sentire e comprendere ciò che l’altro prova senza fondersi con lui/lei. La compassione è sentire e restare presenti, con il desiderio di aiutare nel modo più utile. Sembra una sfumatura… ma cambia tutt
Empatia: quando aiuta e quando logora
L’empatia apre il contatto, ma se resta “da sola” può diventare pesante e difficile da adottare: ci fa risuonare col dolore altrui e rischiamo di sentirci svuotati, in allarme, tristi o agitati (affetti negativi: nodo allo stomaco, tensione, pesantezza). Nel tempo questo logora e può portare al burnout, soprattutto nei contesti di cura o comunque a chi tende ad avere una forte propensione empatica.
Compassione: presenza calda e lucida
La compassione invece, include la sensibilità, ma aggiunge calore, stabilità e motivazione ad agire in modo adeguato (affetti positivi: tenerezza, energia calma, chiarezza, senso di connessione). Non nega il dolore: ci permette di reggerlo senza esserne travolti, così possiamo essere davvero d’aiuto, oltre a non finire nel malessere o nel dover proteggerci dalla fatica emotiva di aiutare chi soffre.
Cosa mostra la ricerca (in parole semplici)
In uno studio con risonanza magnetica funzionale, dopo un breve training di empatia affettiva per la sofferenza (“empathy-for-suffering”) le persone hanno mostrato più stati emotivi negativi davanti alla sofferenza altrui e un’attivazione di aree cerebrali legate a stress e dolore. Successivamente, con un training di compassione, nelle stesse persone, il peso emotivo è sceso ai livelli di base e sono perfino aumentati gli stati positivi. Si sono attivate reti legate a ricompensa, amore, affiliazione e cura. Tradotto: la compassione non ti indurisce; ti rende più presente ed efficace, proteggendoti dal logorio e facendoti sperimentare perfino stati di benessere.
Nota metodologica sullo studio di ricerca: il modulo addestrato nello studio per la parte “empatia” è precisamente empatia affettiva per la sofferenza (empathy-for-suffering), distinto dall’empatia cognitiva.
Come “passare” dall’empatia alla compassione (3 passi pratici)
- Radicati nel corpo: fai lunghe espirazioni delicate; senti i piedi e il contatto col pavimento; metti una mano sul tuo cuore se senti che il contesto lo permette.
- Sguardo benevolo: “Questo è difficile. Possa tu (o io) essere al sicuro. Possa esserci sollievo.”
- Piccolo passo utile: chiediti “Qual è la cosa più gentile ed efficace che posso fare adesso, realisticamente, per alleviare un minimo la sofferenza?”
Perché è importante
- Per chi soffre: si sente visto/a e sostenuto/a, senza caricarsi del nostro malessere.
- Per chi aiuta: restano energia, chiarezza e cuore. La compassione è una protezione attiva verso stress, peso emotivo e burnout.
Fonte open access: Klimecki, Leiberg, Ricard, Singer (2013), Social Cognitive and Affective Neuroscience
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4040103/
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